L’antica Grecia e particolarmente l’Atene tra V e IV secoli prima di Cristo. Platone, nel suo dialogo “Protagora”, sottolinea che  gli uomini hanno accumulato una grande esperienza di vita con lo sviluppo tecnologico, ma non ancora possiedono un sufficiente sapere di come convivere bene uno con l’altro, la Politeia. Da qui la metafora mitologica, dove Zeus, attraverso il suo messaggero Mercurio, dona agli uomini l’arte di vivere bene e di produrre l’amicizia.

Passano più di un paio di millenni e nel XX secolo Heidegger dirà ancora, che lo sviluppo della tecnologia non rappresenta il maggior problema dell’umanità, bensì la carenza e l’inadeguatezza della maturità dell’uomo in generale al progresso scientifico.

Il primato della ragione si rafforza nell’età moderna e soprattutto a partire dalla cultura dell’Illuminismo. Con ciò si è allontanato sempre di più dalla mentalità antica, dove la ragione del cuore era considerato come l’epicentro della felicità umana. Non a caso gli Egiziani designavano la parola felicità con il concetto “la pienezza del cuore”; per i Greci il cuore rappresentava il portale degli dei.

Sarà ragionevole di andare d’accordo con la disposizione di Theodor Adorno per l’orrore di Auschwitz (“Scrivere la poesia dopo l’Auschwitz è barbarico”), che è stata la radicale rappresentazione della crisi della modernità. Con ciò il filosofo tedesco intese che con questa tragedia finì un’intera epoca, ma purtroppo esso si continua fino ai giorni nostri e non ancora siamo passati a un livello avanzato, stiamo ancora maturando la mentalità postmoderna. Altrimenti non sarebbe successo un crimine ancora più grande dell’Auschwitz alle porte dell’Europa di oggi: la guerra caucasica in Cecenia, dove l’intero paese è stato trasformato in un lager di morte. E’ la cinica ironia della storia.

Con la nascita e il progresso della scienza moderna a partire da Galileo Galilei e Francesco Bacone, sì che si è allargato l’orizzonte per le possibilità umane (le invenzioni tecnologiche, lo sviluppo dell’ingegneria genetica, l’aumento della produzione e della qualità dei servizi), ma l’uomo stesso non si è rivelato adeguatamente maturo a tale processo storico. Invece di rimediare questa insufficienza umana, dalla fine del Rinascimento in poi si proseguì verso la concezione meccanicistica del mondo. Ciò contribuì sì alla nascita e agli sviluppi delle varie scienze, ma anche alla loro disumanizzazione. Conseguentemente, abbiamo ricevuto la massiccia riduzione dell’esistenza e delle relazioni interpersonali ai rapporti di tipo fisico-meccanico. Anche la medicina non è stata immune da questa cattiva penetrazione: nella sua principale opera “L’Homme machine” il fisico e filosofo francese del ‘700, La Mettrie creò le basi della tendenza teorica del distacco verso il malato. Questo processo, nonostante la sua forte influenza sullo sviluppo tecnico, crebbe in continuazione durante i prossimi secoli.  Il risultato:

“La crescente enfasi sulla biologia molecolare anziché sull’umanità incoraggia a focalizzare l’attenzione sulle malattie piuttosto che sui pazienti. Il paziente è passivo, le cellule sono vive. Inoltre la dissezione di un cadavere insegna fin dall’inizio la supremazia dell’occhio su quella dell’orecchio. E’ a questo punto che lo studente impara a indurirsi nei confronti dell’empatia, a vedere piuttosto che ascoltare”[1]

e continua:

“Ma le radiografie e gli elettrocardiogrammi non rivelano la mente e lo spirito del paziente. Tutto è diventato impersonale, si espone il “caso” clinico, non si parla della persona.

… La burocrazia frena gli entusiasmi dei giovani, la politica spesso li avvilisce, la routine spegne la passione e la corsa ai facili guadagni corrode una professione che un tempo si chiamava arte, l’arte di curare”[2]

Non sono dissimili le conclusioni di Umberto Galimberti:

“Distribuiamo farmaci per contenere la depressione, ma mezz’ora di tempo per ascoltare il silenzio del depresso non lo troviamo mai. Con i farmaci, utili senz’ altro, interveniamo sull’ organismo, sul meccanismo biochimico, ma la parola strozzata dal silenzio e resa inespressiva da un volto che sembra di pietra, chi trova il tempo, la voglia, la pazienza, la disposizione per ascoltarla?”[3]

Infatti, da una parte si ha la straordinaria rivoluzione scientifica nelle applicazioni terapeutiche, con le sue tappe importantissime come:

“L’esplosione della diagnostica per immagini […], la decodifica del DNA […], l’affermarsi della trapiantologia […], la definizione dei nuovi diritti del malato […]. … la scoperta delle cellule staminali”[4]

e dal’altra parte c’è l’urgenza nel miglioramento etico della medicina.

Nel 1962, dopo il premio Nobel nella fisiologia (Watson, Crick, Wilkins) e nella chimica (Kendrew, Perutz) si sono aperti i grandi traguardi per lo sviluppo della ingegneria genetica. Questa fase completamente nuova per la biologia molecolare messe in allerta numerosi ricercatori, che nel 1975 si riunirono ad Asilomar (Gran Bretagna) con l’idea di controllare i potenziali rischi degli esperimenti e crearono il Genetic Manipulation Advisory Board. Lo scontento James Watson, ironizzando contro questa manifestazione, sottolineava come se gli esperimenti sul DNA corressero il pericolo di essere visti come la precipitazione

“nella categoria degli UFO e delle streghe”[5]

Finalmente il trionfo del pragmatismo anglo-sassone nel 2001, quando negli USA le ricerche sulle staminali embrionali sono stati legalmente dotati dai finanziamenti pubblici (il decreto del Presidente George Bush), mentre nessun limite per le ricerche finanziati privatamente.

Per fortuna negli ultimi decenni tra XX e XXI secolo qualcosa si sta cambiando e ci sono i segnali positivi riguardo all’inizio di questa necessaria trasformazione. Una delle conseguenze più importanti di tale svolta è stata l’accettazione della sfida da parte della European Federation of Internal Medicine, dall’American College of Physicians-American Society of Internal e dall’American Board of Internal Medicine che si sono riuniti nel 1999 per rielaborare il Progetto sulla professionalità medica. Nel 2002 da ciò ne derivò la Carta della professionalità medica, con i suoi tre principi fondamentali:

  • Il principio della centralità del benessere dei pazienti
  • Il principio dell’autonomia dei pazienti
  • Il principio della giustizia sociale

e dieci impegni, responsabilità fondamentali:

  • Impegno alla competenza professionale
  • Impegno all’onestà verso i pazienti
  • Impegno alla riservatezza riguardo al paziente
  • Impegno a mantenere un rapporto corretto con i pazienti
  • Impegno a migliorare la qualità delle cure
  • Impegno a migliorare l’accesso alla cura
  • Impegno a una distribuzione equa delle risorse limitate
  • Impegno alla conoscenza scientifica
  • Impegno a conservare la fiducia, affrontando i conflitti d’interesse
  • Impegno nei confronti delle responsabilità professionali [6]

E’ un fatto consolatore che ciò si avvii dai migliori rappresentanti di vari campi delle attività umane. Nel 2008 esce il libro di uno dei più famosi oncologi italiani in mondo, “Medici umani, pazienti guerrieri” di Gianni Bonadonna. E’ una profonda riflessione non solo di un paziente qualsiasi, ma di un medico eccellente e della grande personalità colpito da un ictus; sono i suoi ragionamenti sulla vita, sul carattere e le carenze del sistema sanitario, sul rapporto tra medico e paziente, sulla necessità di mettere più cuore e l’umanità durante l’esecuzione della professione.

Durante la sua malattia, Gianni Bonadonna riassume tutto il percorso da lui vissuto. Non cadendo sotto l’influenza dell’eutanasia e restituendosi i movimenti necessari per comunicare, che l’ictus tolse a lui, li si apre una seconda vita, la più profonda dimensione qualitativa di vivere. Le parole della sua cara collega, Sylvie Ménard, pure ammalata con il cancro:

“Era necessario riuscire a viverlo. E’ una specie di rinascita, di ristrutturazione in cui la vita prende una forma diversa con una scala di valori nuova e altre priorità: il bilancio, se non fosse per la malattia, è positivo, nel senso che la nuova persona che viene a crearsi dopo una diagnosi di questo tipo è migliore di prima. Perché sa che ha un tempo più breve di quello che aveva previsto, e quindi lo vuole vivere il meglio possibile, lasciando perdere tutto quello che non conta, focalizzandosi sulle cose veramente importanti”.[7]

Il medico, che dialoga con il paziente e non vede soltanto la malattia in esso, riesce più facilmente a scegliere    la strada per rispettarlo come la persona, quale Gianni Bonadonna ritiene come il principio guida dell’arte medica. Ciò contribuisce alla crescita umana del guaritore, che spesso deriva dalla vasta preparazione e l’immagine filosofica della propria esistenza e quella del prossimo. Questo momento conta moltissimo nella terapia, perché

“Il carattere del medico può produrre nel paziente un effetto pari o superiore a quello di tutti i rimedi impiegati” (Paracelso)

E così il detto di duemila anni fa:

“Nullus medicus nisi philosophus”, cioè nessuno è medico se non è anche filosofo (Galeno)

dove il medico e il filosofo completano l’uno l’altro.  Con i farmaci filosofici si addestra il pensiero, la quale aumenta la qualità del essere in noi e contribuisce alla guarigione non dalla malattia (che può essere curabile, ma non guaribile), ma alla liberazione dalla mortalità del nostro essere, all’equilibrio, all’armonia degli opposti:

“a pensarci bene, dopo un po’ il viaggio non era più in cerca di una cura per il mio cancro ma una cura per quella malattia che è di tutti: la mortalità”[8]

Un grande protagonista del giornalismo mondiale, Tiziano Terzani sceglie proprio questa strada con ancor più fervore, quando si ammala di cancro. Con la sua immensa esperienza di vita parte per il cammino per trovare il senso della vita, quale il messaggio da lasciare agli altri. In questo modo il suo libro “La fine è il mio inizio” diventa il testamento e uno delle più belle opere degli ultimi tempi. Apprezzare la vita, scoprire la meraviglia guardando nella sua profondità, amarla e amare se stessi, da quale anche deriva l’amore per il prossimo, per la natura, la giusta misura di vivere, ecco le conquiste di questo grande personaggio, trascorso i propri ultimi giorni nella sua Himalaya di Orsigna.

Consapevolmente e coraggiosamente guardando la morte in faccia, non ignorandola, si acquista la libertà e la forza di essere se stessi. In questo senso, anche la malattia può rivolgersi come la cura, come la benedizione nel aprire gli occhi alla realtà, alla vita, che ci circonda e aspetta di essere ricevuta dentro di noi:

“Per me questo cancro è stato una benedizione, perché ero ricaduto nella routine della vita. Questo cancro mi ha salvato”,[9]

Anche Tiziano Terzani vede la necessità di accompagnare con il cuore, con l’amore la professione per dare l’approccio più umano alla vita sociale. In una delle sue interviste condivide il proprio pensiero riguardo a questa carenza nel mondo di oggi:

“C’è bisogno di riportare il cuore nella vita … Noi ormai abbiamo messo la ragione, la testa da per tutto credendo con la testa di capire la realtà. Secondo me la realtà non si capisce con la testa. Si capisce con l’intuito e appunto, riportando il cuore nell’analisi di tutto. E questo secondo me da spazio a un giornalismo forse nuovo…”[10]



[1] Gianni Bonadonna, Medici umani, pazienti guerrieri, Baldini Castoldi Dalai, 2008, p. 25

[2] Ibid, p. 26

[3] Citazione dal libro Progetto Chirone. Quando il medico diventa paziente, ed. F. Angeli a cura di Attivecomeprima e Fondazione AIOM, 2007

[4] Il Sole-24 ore, 6.09.08

[5] P. Rossi, Storia della scienza moderna e contemporanea, TEA, 2000,  Vol. III, t. 2, cap. XLIII, p. 1094

[6] Gianni Bonadonna, Medici umani…, p.p. 177-182

[7] Gianni Bonadonna, Medici umani…, p. 31

[8] T.Terzani, La fine è il mio inizio, Longanesi, Milano 2006

[9] La videointervista di Tiziano Terzani dalla Youtube

[10] Ibid

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